1PapessaViscontiSforzaTutti sanno che la figura della Papessa nei Tarocchi si ispira in parte alla leggendaria Papessa Giovanna, personaggio molto amato nel Medioevo, ma in quanti sanno che la Papessa del mazzo Visconti Sforza è in realtà il ritratto di una vera Papessa, Vissuta a Milano alla fine del XIII secolo?Eppure è così, a “scoprire” per così dire l’identità della donna ritratta le mazzo visconteo fu Geltrude Moakley, bibliotecaria della New York City Public Library, nel 1966. L’ipotesi di Geltrude Moakley è più che plausibile tenendo conto che i Visconti avevano l’abitudine di ritrarre i membri più importanti della casata e la loro storia nei mazzi di Tarocchi da loro commissionati, in questo caso si tratterebbe di Maifreda Visconti-Pirovano, una suora dell’ordine delle Umiliate, eletta papessa alla fine tra il 1298 e il 1299 e bruciata sul rogo per eresia nel dicembre del 1300 sul piazzale della chiesa di Sant’Eustorgio. Ma chi era Maifreda e come divenne Papessa?

Guglielmina la Boema

Per rispondere a questa domanda dobbiamo andare ulteriormente indietro nel tempo, a circa trent’anni prima, e cioè al 1270 circa, quando a Milano giunse una donna bella, di portamento regale e modi tanto raffinati quanto miseri erano i suoi abiti. La donna possedeva solo un bambino e denaro sufficiente per affittare un fatiscente alloggio alla Bregonia, tra Porta Orientale e Porta Tosa, a Milano. In un italiano stentato la donna spiegò ai vicini curiosi di chiamarsi Guglielmina e di essere una principessa boema caduta in disgrazia. I modi eleganti e l’atteggiamento nobile della donna convinsero presto il quartiere della veridicità della sua storia (e in parte confermata dagli storici moderni), immaginarono che ella scappasse da un peccato d’amore il cui frutto era il pargolo che allattava al seno malnutrito. Il popolo medievale era meno bigotto di quanto lo sia il nostro oggi e il passato poco chiaro di Guglielmina non fu un ostacolo al suo felice inserimento in città, davanti alla sua disponibilità verso tutti, al suo zelo verso i malati e i bisognosi e alla grande generosità che mostrava privandosi del poco che aveva per donarlo a chi era più povero di lei i milanesi dimenticarono presto ogni sospetto d’immoralità e lo sostituirono anzi con la venerazione. Quando la Boema (così era ormai conosciuta in tutta Milano) dopo la morte del suo bambino decise di cambiare casa, andò via dal quartiere in odore di santità.

Presto il nome di Guglielmina la Boema si sparse in tutta Milano e quando lei si trasferì i nella contrada di San Pietro all’Orto (che esiste tutt’ora) la sua fama la precedette. Poveri, disperati, malati, tutti si recavano a farle visita in cerca di conforto, cure e guarigioni miracolose, infatti, si vociferava che Guglielmina fosse in grado di guarire gli storpi e ridare la vista ai ciechi come Gesù Cristo! Tra le tante persone che Guglielmina conobbe in quel periodo il più importante fu senza dubbio un certo Andrea Saramita, un uomo molto ricco di Milano, forse un mercante, devoto delle suore Umiliate del monastero di Santa Caterina in Brera, con le quali mise in contatto la Boema.
Presto le suore e Guglielmina divennero intime e altrettanto presto il Saramita si trasformò in una sorta di profeta di Guglielmina, affermando che la donna fosse lo Spirito Santo incarnato, disceso una seconda volta sulla terra per completare l’opera iniziata da Gesù Cristo.

Non si sa se per paura o se per umiltà ma Guglielmina interruppe immediatamente i rapporti con il Saramita che, dal canto suo, continuò questa nuova evangelizzazione attirando così l’attenzione e le cure della Santa sede che stese su Milano il suo braccio secolare. Ancora in fase di rodaggio (era stata creata e si trovava a Milano solo da pochi decenni), la Santa Inquisizione di Milano chiamò Guglielmina per ben due volte, al fine di accertarsi che non fosse un’eretica.

Con la serenità che le era propria la donna testimoniò e si scagionò senza troppi problemi, dimostrando di non intrattenere più da molto tempo alcun rapporto con il Saramita, che era il popolo a volerla santa, che lei si limitava ad essere caritatevole definendo se stessa “vilis foemina et vilis vermis(il linguaggio era quello tipico della retorica dell’epoca e non deve scandalizzare)”. L’Inquisizione appurò che al massimo alla donna si poteva imputare un tentativo di “predicazione”, ma non c’erano gli estremi per formulare un’accusa di eresia. I discorsi di Guglielmina non erano deviati né devianti: parlava rettamente, in modo onesto, di cose giuste. Non c’era proselitismo, ella non era sacerdotessa di alcun culto proibito. Era chiaro che la gente la chiamava “santa” e che credeva al Saramita, cioè che ella fosse l’incarnazione dello Spirito Santo in forma di donna e che per questo in molti la chiamassero “Felix“, ma era altrettanto chiaro che Guglielmina non era in alcun modo responsabile e perciò l’inquisizione la lasciò libera di proseguire la sua vita e la sua opera di carità fino al 24 agosto 1281, quando si spense, circondata dalle suore, i monaci e il popolo che aveva tanto amato, ai quali chiese, con le ultime forze che le restavano di continuare ad amarsi sempre, di restare uniti come fratelli e sorelle e di perseverare nell’amore per il prossimo. AbbaziaChiaravalle-1024x751Chiese anche, che le sue spoglie mortali trovassero rifugio nella chiesa dell’abbazia di Chiaravalle, sede dei monaci cistercensi con i quali era entrata in intimi rapporti negli ultimi anni.

I monaci, che la stimavano come una santa, chiesero e ottennero la canonizzazione di Guglielmina e organizzarono un funerale semplice come la vita che aveva condotto e che si svolse sotto un cielo plumbeo, seguito da una folla immensa, guidata dal Marchese di Monferrato con i suoi uomini. La folla rimase unita nel suo cordoglio e nel suo saluto anche quando il cielo le rovesciò addosso un terribile temporale, presagio delle vicende che stavano per investire molti dei presenti. La donna giunta a Milano come una straniera di cui diffidare, veniva seppellita come una santa, in un sarcofago di marmo, al centro della chiesa affinché tutto il popolo, gli uomini e le donne di fede potessero continuare a venerarla.

L’ordine dei Guglielmiti e la Papessa Maifreda

Con grande disappunto della chiesa, infatti, la morte aveva donato a Guglielmina ancora più fama, le leggende, le favole, sul conto della donna, non più frenate e smentite dall’umiltà e dal buon senso di Guglielmina trovano libero sfogo e Andrea Saramita poté finalmente ergersi a “profeta” libero di creare un nuovo culto incentrato sul culto di Guglielmina, la Felix Boema, riunendo i devoti e soprattutto le devote nell’ordine dei Guglielmiti, dei quali, ovviamente, era l’unico e autorevole teologo.
Poiché quella fondata da Andrea Saramita era una chiesa basata su un Cristo donna, donna era il suo vicario sulla terra: Maifreda Visconti-Pirovano, per l’appunto, Papessa di Milano che, secondo il disegno dei Guglielmiti, si sarebbe presto insediata sul soglio romano al posto dell’attuale Papa, subito dopo la resurrezione di Guglielmina che sarebbe avvenuta il giorno di Pasqua del 1300.

Questa volta l’inquisizione non perse tempo, anche perché gli estremi per l’accusa di eresia c’erano tutti eppure, anche questa volta, in un primo momento fece un buco nell’acqua. Dovette aspettare la fine del secolo per estirpare la malerba dei Guglielmiti che, quando iniziarono le persecuzioni a loro danno, si diedero alla celebrazione sottotono e clandestina come secoli prima avevano fatto i primi cristiani perseguitati dalla Roma Imperiale e fino alla Pasqua del 1299 i Guglielmiti e il loro culto dello Spirito Santo femmineo impazzarono per Milano e per la Lombardia tutta, poi, come i trenta denari di Giuda, trenta adepti dell’ordine testimoniarono contro i Guglielmiti, affermando non solo che credevano Guglielmina lo Spirito Santo incarnato ma che nelle loro riunioni si tenevano cerimonie orgiastiche e ogni sorta di nefandezza. La denuncia vera e propria fu fatta da Corrado Coppa e oltre all’inquisitore vi assistette anche Matteo Visconti, signore di Milano e cugino di Maifreda. La confessione gettava il Visconti in un vicolo cieco, non poteva difendere la sua congiunta, i Guglielmiti dovevano essere distrutti.

Nel 1300 ebbe inizio il processo a carico di tutti coloro che furono riconosciuti appartenenti all’ordine dei Guglielmiti. Naturalmente, mentre per molti ci fu scampo grazie all’abiura oppure all’evidente semplicità mentale che aveva causato la devianza, per Andrea Saramita e la Papessa Maifreda non poteva esserci perdono. Ciò che sorprende, tuttavia, è la fine di Guglielmina che, assolta da viva, fu condannata al rogo da morta.

eustorgio-magi--ts-2014-12-09T09_59_55_649ZNel dicembre del 1300, le spoglie della Boema furono riesumate e bruciate sul rogo purificatore, sul piazzale della Chiesa di Sant’Eustorgio, insieme alla Papessa Maifreda, Andrea Saramita e il resto dei Guglielmiti condannati per eresia. Finalmente la Chiesa credette di poter tirare un sospiro di sollievo e che nessuna Papessa avrebbe mai più minacciato la “Sposa di Cristo“, ma, come nei migliori film horror, la figura di Maifreda, di Andrea Saramita e perfino di Guglielmina continuano ancora oggi a sorridere e addirittura fare proseliti ma di questo, racconterò la prossima settimana, in nuovo articolo in cui vi parlerò dell’idea di uno Spirito Santo donna, di che fine abbia fatto oggi Guglielmina e del perché la presenza di Maifreda Visconti-Pirovano nei Tarocchi Visconti-Sforza sia importante e commovente al tempo stesso.

Per il momento vi ricordo che il mazzo Visconti-Sforza ha fatto da modello ai primissimi Tarocchi francesi che hanno poi fatto da modello ai Tarocchi Marsigliesi e che, in un certo senso, quella che estraiamo dai nostri mazzi è anche Maifreda Pirovano-Visconti, la Papessa di Milano,

Nec spe, nec metu
Irene.

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