9eb1906a0e1cfb7f6ff6314954fd62eaDi solito, sul mio blog, scrivo degli articoli per spiegare gli Arcani ma oggi sono stati gli Arcani a spiegarmi qualcosa sulla mia vita. Me l’anno raccontata con la crudezza solita che le carte hanno con me, sono apparse, questa mattina in fila, in disegni macabri e intrisi di sangue e poi puf, un post su facebook, io commento, mi viene risposto, mi arrabbio più del dovuto, tremo e piango ed ecco, ogni arcano svelato dagli Arcani. Di solito io non parlo mai delle cose davvero personali specialmente delle esperienze più intime e dolorose. Di solito mantengo un certo riserbo, credo sia il mio modo di abbassare la testa ma la Ruota della Fortuna non è disposta a perdonare nessuno e così ha cambiato in me qualcosa, mi ha costretto ad alzare la testa ed eccomi qui, a trascrivere il racconto delle carte. Attraverso una piccola esperienza gli Arcani oggi mi hanno mostrato il loro lato oscuro, cioè la pienezza del dolore, della solitudine e il vero valore di queste. Spero che questo scritto possa andare ben oltre la mia insignificante storia (insignificante in relazione all’immensità dell’universo e alla vastità delle storie) e che possa darvi il significato ben più importante e universale dei cinque arcani che mi hanno parlato (la Ruota e i dieci dei quattro semi)

Il Racconto
Non giustificare è già fare qualcosa, anche se, quando non si giustifica si è terribilmente soli.

Ci si sente così in colpa perché la mamma, la nonna, la cugina, l’amica della mamma, le tue amiche e i tuoi amici, ti guardano come se li stessi accoltellando. Ti guardano muti e i loro occhi dicono: perché mi fai questo? Perché non riesci a perdonare? A comprendere?

Il cuore ti esplode in mille coriandoli di dolore in quei maledetti momenti, altro che diviso in due! Tu non vorresti fare del male a tua madre, né alla tua amica che si lascia maltrattare, vorresti salvarle da quell’inferno che chiamano normalità e che stanno difendendo a tutti i costi persino da te, dalla propria figlia, dalla migliore amica. Ma non solo i loro occhi si piantano in te come lame, non basta. La madre dell’amica, l’amica di tua madre, tua nonna, tua zia, tua cugina, tuo cugino, il migliore amico, tuo fratello tutti ti guardano ogni volta muti e ostili, atterriti, increduli perché sei una mina vagante che rischia di sgretolare quella normalità fatta di uomini autoritari, di acque da tenere sempre calme.

Tu non vorresti infliggerlo quel dolore ma hai una lama nel cuore che si rigira e che ti sta facendo impazzire di un altro dolore, intenso da non poter vedere e sentire altro.

È un dolore fatto dalla solitudine, perché non ci riesci proprio a giustificare quella violenza, quell’autorità, quella mancanza di libertà e non riesci proprio a capire perché tu debba accettare la tua costante paura, perché tu debba ritenere giusto di contare i respiri, modularli in modo che non facciano rumore, non sveglino il cane della rabbia che sta dormendo sulla tavola, durante il pranzo, di ritorno da scuola. Ti sforzi di capire, di giustificare, di accettare ma dentro hai una tigre che continua mordere quelle cazzo di sbarre orribili nelle quali ti hanno rinchiusa e ti sei rinchiusa perché, che ti piaccia o no, questo lo capisci bene, quella maledettissima gabbia è la tua unica speranza di sopravvivere, l’unica difesa che hai. Il filo di quella lama è intriso del veleno della condanna. Non riesci ad adeguarti e ferisci chi ami con questo tuo carattere ribelle e ti senti sbagliato e vorresti ucciderla quella tigre che non ti permette di accettare la gabbia ma anche lei, ti sembra sia la tua unica possibilità di sopravvivere.

E sopravvivi come se fossi Prometeo con l’anima dilaniata ogni giorno e che ogni giorno ricresce.

E un giorno riesci anche ad aprirla quella maledettissima gabbia. Ce la fai a fuggire via, dove la gabbia non ti servirà più ma la lama no, la spada è lì, conficcata come Excalibur nel tuo cuore e ancora capita che amiche e amici nuovi che del tuo passato non sanno nulla e persino nickname esposti su facebook ti tirino forte per le braccia spingendoti dentro la loro gabbia e così facendo rigirino ancora un po’ la spada, ma ora non hai più dieci anni ed hai bevuto il tuo sangue da dieci coppe per dieci lune, così ora, quando senti il dolore della spada sai impugnare l’elsa e sfilarla, allora le altre nove, piccole lame conficcate in te svaniranno e resteranno solo dieci piccole ferite tonde come denari dai quali passerà la tua energia rinnovata come il vento attraverso i dieci rami del tuo albero, dell’asse cosmico che ti sorregge, che ti ha sempre sorretta.

2 Comments on “Il Dieci di coppe e altri semi raccontano

  1. Cara Bimbasperduta,
    I tuoi post fanno sempre pensare, ma questo più di tutti. Ho passato un periodo analogo con un’amico vittima di una donna che lo ha legato, incatenato a sé con bugie, minacce, ricatti ed anche con la magia. Ho fatto di tutto per aiutarlo… Poi ho capito una cosa.
    In realtà noi passiamo la vita in gabbie aperte, siamo solo noi a decidere di fuggire, ma pochi sono così intrepidi.
    Fuggire significa rinunciare a ciò che si conosce per andare incontro all’ignoto, significa infrangere aspettative e mandare a monte i piani che altri hanno costruito per noi.
    In quel momento in cui ci rendiamo conto che le sbarre sono solo accostate e che solo noi possiamo dare la spallata decisiva, (anzi, talvolta basta una spintarella leggera leggera)… noi compiamo il nostro destino per i prossimi X anni.
    Anche se sembra crudele, ognuno vive la situazione, la vita, di cui ha bisogno per compiersi come individuo e l’esame nessuno può darlo al nostro posto.
    Il 10 è il numero di sintesi, del compimento. Forse sta a noi decidere se devono essere spade o denari?

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    • Cara Aleyah,
      tanto per cominciare grazie per aver commentato, ognuno dei vostri commenti mi rende felice perché questo blog vuole essere specialmente un luogo di dialogo e di scambio.
      Poi sì, la penso anche io come te. Ognuno di noi può scegliere cosa fare con ciò che la vita di dona. La stessa esperienza può essere per qualcuno un trampolino da cui spiccare il volo e per un altro una montagna ai cui piedi morire. Credo che tutto dipende dall’interpretazione che diamo alle cose e dalla fiducia che riusciamo ad avere nella vita e in Dio, comunque lo si concepisca.
      Un abbraccio e grazie ancora per aver scritto.

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