Era il 1992, avevo 13 anni, la scuola media era appena finita e presto, insieme ai miei mi sarei trasferita a Campo Marino, dove mia mamma aveva aperta la sede estiva della sua impresa di pulizie.

Era una mattina calda e serena, insieme a due mie amiche passeggiavo lungo il Viale Vincenzo Lilla…

Ho iniziato questo post un bel po’ di tempo fa, su richiesta di una mia lettrice ma non sono mai riuscita a terminarlo.

mancano le foto – mi dicevo. – devo organizzare bene il discorso, – mi scusavo ma la verità è emersa oggi, in una piccola bottega del centro storico, nei pressi del luogo dove tutto ha avuto inizio.

Il Tamburo aveva appena cessato di dare ritmo al mio cuore e la gola, la testa erano per metà in quel mondo che squarcia la realtà e s’impone quando la Tarantella suona. Le statue in cartapesta e terracotta, ascoltavano, mezzo addormentate, il silenzio ormai calato e in quel silenzio, ho per la prima volta davvero narrato, in un modo surreale quell’inizio, il mio inizio.

Lo avevo evocato altre volte, con altre persone, poche e un giorno ho finito per narrarlo, con voce chiara e pulita, l’ho scritto, raccontato e come una tela di ragno l’inizio si è disfatto, svanito. Ed oggi, in una piccola bottega artigiana d’arte sacra, al rullo del Tamburo, i passi svelti e silenziosi di una taranta accennata hanno ricostituito la ragnatela.

 Certe cose sono così, miracoli piccoli, sottili, come la tela del ragno, un ragno non-ragno ha ricucito il mio strappo, non so come ma col silenzio nel cuore ho narrato il mio inizio, quell’inizio e quando “lu cuntu” (il racconto) è finito, qualcosa era cambiato, non sapevo che da lì a qualche mezz’ora, tra gli ulivi, sulla via per casa.

 Tornando a casa, ho capito. Il mio inizio non posso narrarlo, è una di quelle cose che appartengono al silenzio, è una cosa da custodire tra le brume del cuore, qualcosa che striscia col tamburo, che batte nei piedi, trasuda dalle mani che svelte mescolano il mazzo, mentre gli occhi osservano i segni e grandi ali suggeriscono parole, indicano una via che non so immaginare.

 E’ stato un bel giorno, un buon giorno questo, sulla mia via per Damasco.

Nec spe, nec metu
Bimbasperduta

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